Appello per il finanziamento della Ricerca di Base

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Da qualche anno è diventato di moda parlare male del finanziamento alle Università ed Enti di Ricerca, ma la Pandemia mondiale sta riportando alla luce il giusto ruolo della Scienza e degli Scienziati nella vita di tutti noi. Ma una erogazione “minima” di una quota di finanziamento, distribuita indistintamente a tutti i ricercatori delle Università e degli Enti di Ricerca, non esiste più, nemmeno per i ricercatori attivi, e che siano disposti alla normale rendicontazione dei risultati (necessaria per il controllo di conti pubblici), in modo da assicurare una griglia di spese finanziabili. Occorre ricordare che, in Italia, la stragrande maggioranza degli enti di ricerca è in condizione di “siccità” di finanziamenti, una siccità che si è acuita negli ultimi anni, fino a raggiungere livelli allarmanti. In Italia, per decenni il finanziamento non correlato a specifici progetti di ricerca aveva funzionato come sostegno soprattutto nei confronti della ricerca di base, intesa quest’ultima come pilastro fondamentale su cui si poggia la ricerca applicata e, a seguire, il trasferimento tecnologico. Tale modalità di finanziamento, distribuito in piccole quantità, risultava in molti casi sufficiente a finanziare una parte della ricerca di base dei docenti Universitari e dei Ricercatori degli enti di ricerca. Tuttavia, non è forse dato per assunto che la ricerca di base sia di fondamentale importanza in una società avanzata? Si vuole forse mettere in discussione che, dagli studi di base siano poi derivate, a distanza di anni o di decenni, notevoli applicazioni nei più svariati settori?

Le aziende tendenzialmente non finanziano ricerca di base, in quanto essa non fornisce ritorni applicativi immediati, ma spesso solo a lungo termine. Fa forse eccezione la Germania, dove le aziende sono obbligate ad istituire delle fondazioni che finanziano la ricerca di base. La situazione italiana è certamente molto lontana da quella tedesca sotto questo aspetto. In aggiunta, in Germania esiste anche il DFG (e in tutti i Paesi OCSE un equivalente), una agenzia che finanzia circa il 30% progetti di ricerca che vengono presentati. In Italia la situazione è molto diversa: i meccanismi di finanziamento sono chiaramente scarsi, del tutto inadeguati ed intermittenti. I PRIN (Progetti di Interesse Nazionale), ad esempio, hanno una bassissima probabilità di successo (circa il 2%). Parimenti, gli schemi di finanziamento europei che premiano la ricerca di base, come gli ERC, possono essere conquistati da una troppo ristretta élite. In mancanza di strumenti di finanziamenti più adeguati per la ricerca di base, con una quota di premialità che sia più alta di quelle attuali, e destinati ad una platea più vasta e diversificata di utenti, la triste realtà è che una percentuale elevata di ricercatori in Italia è lasciata totalmente all’asciutto. Questa situazione insostenibile sta rapidamente trasformando molte Università in mere strutture didattiche e molti enti di ricerca in strutture di consulenza per aziende, contribuendo ormai da decenni all’esodo dal nostro paese di molti giovani studiosi e al tempo stesso riducendo drasticamente l’attrattività del sistema di ricerca Italiano a livello internazionale.

Giorgio Parisi, uno dei più noti fisici italiani, attuale Presidente dell’accademia dei Lincei, qualche anno fa ha scritto una lettera alla rivista Nature (poi ripresa in un’intervista al Fatto Quotidiano qui) in cui denunciava il grave stato di abbandono della ricerca scientifica nazionale. Poi c’è stato l’appello “Salviamo la ricerca italiana”, firmato da 69 ricercatori tra i più autorevoli in Italia. Più recentemente, Giorgio Parisi con il Presidente del CNR Massimo Inguscio hanno indirizzato un appello “Investire nella ricerca per rilanciare l’economia” all’ex- presidente del Consiglio, il prof. Conte , dove si fa notare come “la crisi sanitaria ha posto la scienza in una posizione preminente, come leva essenziale nei piani della ricostruzione”. La lettera è apparsa sul Corriere della Sera ai primi di ottobre, ed è stata illustrata la proposta di investire 15 miliardi di Euro in 5 anni per mettere la ricerca pubblica di base al passo coi principali Paesi europei (basti notare che investiamo in ricerca pubblica circa 150 Euro l’anno per cittadino, contro 250 e 400 Euro in Francia e Germania). L’appello si trova in forma integrale al sito qui.  Occorre infine  ricordare la petizione online (più di 7’000 firme) rivolta al premier Conte affinché impieghi il Recovery Fund per raddoppiare gli investimenti nella ricerca pubblica così come proposto dal fisico Ugo Amaldi (qui)

Oggi con il possibile Governo Draghi, ci auspichiamo che questi appelli vengano ascoltati, perché molte delle iniziative di “concentrazione” dei finanziamenti, come i PRIN, o i Dipartimenti di Eccellenza, possono coesistere con un finanziamento di sussistenza, soggetto comunque a valutazione e a rendicontazione.

Occorre individuare le eccellenze di domani. Da una fotografia come quella del ranking del Prof. Ioannides di Stanford, nel solo anno 2018, i ricercatori anche giovani che hanno ottenuto più citazioni nelle varie discipline sono in grande quantità anche in Italia (si vedano i 4750 ricercatori catalogati nel top 2% del mondo ed elencati qui, o anche i ca.4000 della classifica “career” degli ultimi 24 anni elencati qui).

Tale finanziamento costituirebbe solo un base minima, e dovrà essere affiancato da un ricco complesso di strumenti di finanziamento, periodici e con chiare tempistiche, rivolti a varie fasce di ricercatori (con strumenti mirati per chi ad esempio è a inizio carriera) e che non abbiano probabilità di successo ridicolmente basse. Solo in questo modo si riuscirà a garantire una reale libertà di ricerca e istruzione, peraltro anche sancita dalla Costituzione. Altrimenti, la triste realtà è che si continuerà a pagare gli stipendi a delle persone senza che esse siano poste nelle reali condizioni di condurre ricerca, il chè, se ci si pensa bene, costituisce un vero paradosso rispetto all’idea iniziale (e sbagliata) di concentrare i finanziamenti per evitare gli sprechi. Occasione d’oro sarà il Recovery plan, e speriamo che le nostre considerazioni non passino inosservate.

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